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Islam e Neoplatonismo
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MessaggioInviato: 05 Mar 2012 07:48:12    Oggetto:  Islam e Neoplatonismo
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Girando sul forum PoliticaOnLine ho trovato questa interessantissima serie di interventi ad opera dell'utente Dadoukos, che mostrano come le dottrine di Platone si siano fuse con la cultura araba medioevale e abbiano prodotto piccole perle come il De Imaginibus di Thabit Ibn Qurra (che mostra una trentina di talismani per curare le malattie).

Che dire? Buona lettura!

Citazione:
Neoplatonismo e Islam. Da Harran agli Ismailiti

Nel 529 l'imperatore Giustiniano ordinò la chiusura dell'Accademia e di tutte le Scuole pagane dell'impero. Con la fine di questo estremo bastione pagano d’Occidente, gli ultimi seguaci della Scuola si spostarono verso Oriente: Simplicio, Damascio ed altri cinque membri dell'Accademia trovarono rifugio in Persia, presso il re Cosroe I.

Loro rifugio fu Harran, ove fondarono una scuola di cui si ha notizia fino al XII secolo.

In seguito il re di Persia e l'imperatore avrebbero stipulato un trattato di pace per cui a Simplicio e agli altri sarebbe stato consentito di ritornare ad Atene con libertà di professare le proprie dottrine.
Ma non è dato sapere se questo ritorno avvenne (la tesi è rigettata da autorevoli studiosi) e quali siano state le effettive condizioni alle quali furono soggetti gli eventuali reduci.

L’argomento estremamente affascinante riguarda la sopravvivenza delle dottrine neoplatoniche (con profonde venature ermetiche) in determinate correnti del pensiero arabo (si pensi ad Al-Farabi). Qualcuno, addirittura, ipotizza che questa influenza sia giunta a Gemisto Pletone, dai suoi Maestri, e che in tal modo si possa stabilire una continuità tra Harran e il Platonismo Rinascimentale…

(continua)
___________________________________________________

alcuni testi:


<*>Chuvin, Pierre, A Chronicle of the Last Pagans, Harvard University Press, Cambridge MA, 1990

<*>Green, Tamara, The City of the Moon God: The Religious Traditions of Harran (Religions in the Graeco-Roman World, Volume 114), E.J. Brill, Leiden, The Netherlands, 1992

<*>Netton, I.R., Muslim Neoplatonists: An Introduction to the Thought of the Brethren of Purity, Edinburgh University Press, Edinburgh, 1991
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MessaggioInviato: 05 Mar 2012 07:48:12    Oggetto: Adv





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MessaggioInviato: 05 Mar 2012 07:50:20    Oggetto:  
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Citazione:
Nell’VIII secolo, il califfo musulmano Umar II fondò la prima “università” islamica al mondo, ad Harran. Ivi egli riunì gli ultimi “Ermetici” che stavano ad Alessandria. Alla metà del IX secolo, un autore di Harran, Ibn Wahshiya, avrebbe scritto di costoro che essi nascondevano all’esterno il loro sapere tramite l’utilizzo di segni cifrati (geroglifici?), che spiegavano solo ai propri discepoli.

Questi discepoli iniziati erano suddivisi in quattro classi. La prima classe comprendeva la cerchia Hara'misah Alhawmiyah, ed era interamente costituito da discendenti di Hermes.
La seconda classe, chiamata Hara'misah Alpina'walu'ziyah, i figli del fratello di Hermes, il cui nome era Asclibianos.
La terza classe era nota come Ashra'kiyu'n (“orientale”) o figli della sorella di Hermes, nota presso I Greci col nome di Trismegistos Thoosdios.
Questa classe era frammista con alcuni stranieri e profani. A differenza delle prime due classi essa rivelava la propria sapienza anche all’esterno.
La quarta classe, Masha'wun ("camminatori", o filosofi peripatetici), era formata interamente da stranieri, che avevano introdotto l’adorazione delle stelle, delle costellazioni e del Dio degli Dei...

(continua)
______________________________________________
Hammer-Purgstall, Joseph, tr., Ancient Alphabets and Hieroglyphic Characters Explained (translation of Ibn Wahshiya's "The long desired Knowledge of occult Alphabets attained."), W. Bulmer, London, 1806, pp. 23-30



Citazione:
Sul finire dell'VIII secolo, Harun al-Rashid fondò la Bayt al-Hikmah ("Casa della Sapienza") a Baghdad, nell’intenzione di creare un cerntro per la traduzione in arabo di testi greci e latini. È probabile che qualcuno fosse stato richiamato da Harran.
Nel IX secolo, 830 circa, il califfo Abdallah al-Mamun (figlio di al-Rashid) giunse ad Harran col suo esercito vittorioso. Alle porte della città, Al-Mamun chiese di sapere se gli abitanti della città erano islamici. Essi risposero di no. Allora egli chiese loro se erano cristani o ebrei. Essi risposero ancora una volta no. Al-Mamun rispose che non essendo ahl al-kitab ("Genti del Libro"), essi non erano protetti dalla legge del Qur'an e che perciò egli avrebbe saccheggiato la città.

Quello che accadde dopo è stato ipotizzato in maniera diversa.
Secondo alcuni gli abitanti di Harran avrebbero risposto: «Noi siamo Sabei!»



Citazione:
Perché Sabei?

Una delle possibili versioni è quella offerta da Abu Yusuf Isha' al-Qatiy'i, uno scrittore cristiano contemporaneo ai fatti tendente a mettere in cattiva luce sia gli islamici che gli ‘Harraniani’. Egli dice che al-Mamun avrebbe dato agli Harraniani una settimana per tornare con una risposta. Qualcuno avrebbe suggerito loro di proclamarsi Sabei, un popolo di cui nessuno sapeva chi fossero ma che era protetto dal Corano (in cui si parla dei Sabei come separati sia da Ebrei che da uomini strani).
Secondo un’altra versione, per garantirsi una protezione essi avrebbero invece scelto gli Hermetica come loro ‘Libro’ ed Hermes come loro ‘Profeta’.

Purtroppo, le fonti storiche risultano molto scarse, e gli studiosi si sono pronunciati diversamente in merito.
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MessaggioInviato: 05 Mar 2012 07:52:08    Oggetto:  
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Proprio al tempo di Al-Mamun si affermava come interpretazione dominante dell’Islam quella mutazilita (Green 1992: 130-135). Il Mutazilismo, fiorito a Baghdad sotto i califfi abbasidi, grandemente interessati alla cultura greco-romana, si avvaleva di una sorta di teologia razionalista (kalam) di forte stampo greco e in particolare neoplatonico. Certamente la Scuola di Harran, le idee ed i testi che in essa (e da essa) circolavano, ebbero un ruolo non secondario nello sviluppo del mutazilismo, il quale ben presto fu però costretto a cedere il passo all’Ash'arismo, molto meno vicino al misticismo ed interessato ad una visione assai più ‘letterale’ del Corano.

Tuattavia, la traduzione in arabo dei classici greci e siriaci, e il conseguente influsso di idee neoplatoniche si fece presto sentire anche altrove (basti pensare alle correnti mistiche sufi e al pensiero batinita). Esse riecheggiano nei capolavori della filosofia mistica islamica, così come in Al-farabi, il filosofo, matematico e medico musulmano che tentò una sintesi tra islamismo, aristotelismo e neoplatonismo.

La sopravvivenza del neoplatonismo nel pensiero arabo: un argomento talmente vasto ed affascinante da richiedere un forum specifico.


Citazione:
Thabit Ibn Qurra

La figura più ‘in vista’ tra i Sabei ‘Harraniani’ è senz’altro quella di Thabit Ibn Qurra. Nato nell’836 e.v. ad Harran, si trasferirà a Baghdad, proprio presso la ‘Casa della Sapienza’ (Bayt al-Hikma). Conosciuto per i suoi studi matematici (è autore di un noto teorema), portò avanti grandi progetti di traduzione in arabo per conto dei califfi abbasidi.

Thabit Ibn Qurra non solo tradusse molti testi, tra cui Apollonio, Tolomeo, Euclide e Archimede, ma produsse un ampio numero di opere che andavano dalla matematica all’astronomia, dall’etica alla filosofia, dalla fisica alla medicina, oltre a commentari sulle opere di vari filosofi greci. Fu autore anche del De Imaginibus, considerato da alcuni il più importante trattato rinascimentale di argomento esoterico dopo il Picatrix.

Pare che egli stesso abbia dichiarato:
“Siamo gli eredi ed i propagatori del paganesimo*.<...> Felice è chi, per amore del paganesimo, sopporta la difficoltà con speranza costante. Chi se non i nobili ed i re pagani hanno civilizzato il mondo ed hanno costruito città? <…> E chi ha insegnato la saggezza nascosta? A chi se non a loro la Divinità si è rivelata, ha dato oracoli ed ha predetto il futuro, se non agli uomini famosi fra i pagani? I pagani hanno fatto conoscere tutto questo. <…> Hanno riempito la terra di forme consolidate di governo, con la saggezza, che è il più elevato dei beni. Senza paganesimo il mondo sarebbe vuoto e miserabile”.


<*Thabit adopera il termine siriaco hanputho, normalmente tradotto "pagano", ma che potrebbe altresì stare per "possessore della vera religione" (Green 1992: 114)>.
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MessaggioInviato: 05 Mar 2012 07:52:55    Oggetto:  
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da:http://www.unisi.it/ricerca/prog/fil-med-online/temi/htm/harran.htm
________________________

Sabei di Harran

Antichi abitanti della città di Harran (prima Kharan), in Mesopotamia, la cui identità ha fatto discutere gli storici fino all’epoca moderna. Il dibattito lascia tuttora incerte molte questioni. Ad Harran confluirono, nel corso di secoli, tradizioni differenti facendone un centro di interessante sincretismo. Ai Sabei il Corano si riferisce a più riprese; essi vengono anche chiamati “gente del Libro”. (testo 1) Chwolsohn, capostipite degli studi moderni sui Sabei, ha identificato i Sabei menzionati nel Corano con la setta gnostica dei Mandei. La sua ipotesi è stata superata dagli studi successivi.

Il paganesimo. Eredi dello gnosticismo egiziano da un lato, della tradizione astrologica babilonese dall’altro, i Sabei furono conosciuti per una serie di culti pagani, riti divinatori, pratiche sacrificali (inclusi raccapriccianti sacrifici animali e umani), cannibalistiche e orgiastiche, di cui è difficile stabilire con certezza la veridicità, in quanto riferiti dalla eresiografia cristiana e musulmana. Con maggiore attendibilità sono stati ricostruiti i culti astrali che prevedono, tra le altre cose, la venerazione degli idoli degli dèi planetari, il festeggiamento dell’equinozio d’autunno, invocazioni degli spiriti planetari, pratiche teurgiche e di magia astrologica, orazioni e sacrifici al dio Saturno e numerosi riti indirizzati alla Luna, considerata il principale pianeta e fonte di ispirazione. Le informazioni al riguardo sono state raccolte da Green in un recente studio. E’ possibile affermare che l’astrolatria è il principale connotato dei Sabei. Tuttavia essi condividono questo aspetto con molti popoli della Mesopotamia, ed è per questo che il biobibliografo Ibn al-Nadim (X secolo) afferma che i Sabei hanno la stessa dottrina dei Nabatei (popolo babilonese); il teologo Sahrastani (XII secolo) colloca sotto il nome Sabei gli adepti (Nabatei siriaci o babilonesi, Bizantini, Persiani, Indù) di diverse religioni astrologiche sorte dal paganesimo antico e ancora vive al suo tempo nei paesi islamici e ai loro confini; e lo storico Ibn al-Ibri (XIII secolo) afferma che la religione dei Sabei è essenzialmente identica a quella degli antichi Caldei, depositari della tradizione astrologica babilonese. L’ultimo tempio pagano di Harran fu distrutto nel 1081, quando la città venne occupata dalla dinastia nomade dei Numairidi.

Il Neoplatonismo. Secondo le testimonianze dello storico e geografo al-Ma‘sudi (IX secolo), e dello storico della medicina Abi Usaibi‘a (XIII secolo), alla chiusura della scuola platonica di Atene (nel 529 per ordine di Giustiniano), essa si sarebbe trasferita prima ad Alessandria, poi ad Antiochia e, infine, ad Harran. Tale ipotesi viene avallata in epoca moderna da Meyerhof e da Tardieu il quale ritiene che gli stessi neoplatonici Damascio e Simplicio, esiliati, si recarono ad Harran. Al-Ma‘sudi riferisce di aver visitato personalmente Harran, e di aver visto due inscrizioni platoniche in carattere siriaco sulla porta di un luogo di riunione dei Sabei (“Colui che conosce la sua natura diventa Dio” e “L’uomo è una pianta celeste con la radice rivolta verso il cielo”). Egli testimonia, d’altra parte, che Porfirio difendeva le credenze dei Sabei. E’ al-Ma‘sudi la prima fonte della distinzione tra i Sabei volgari, di discendenza babilonese, pagani, che hanno nel Tempio il loro luogo di riunione, e i Sabei colti, di discendenza greca, neoplatonici, che hanno il loro luogo di riunione nell’Accademia. Questa distinzione è stata seguita in epoca moderna da Hjarpe che, su questa base interpretativa, ha considerato come uno scisma il trasferimento di un gruppo di Sabei filosofi nella città di Baghdad, nel IX secolo, dove essi hanno messo a frutto le loro attitudini filosofiche entrando in contatto con la tradizione islamica. Tra questi spicca la figura dell’astronomo e matematico Thabit ibn Qurra, autore, tra le altre cose, di opere sui talismani tradotte in latino nel XII secolo da Adelardo di Bath. L’ipotesi di una divisione tra i Sabei pagani e i Sabei filosofi è stata poi rivisitata da Tardieu, che ha sottolineato il debito e la dipendenza di un autore come Thabit dalla stessa tradizione astrolatrica di Harran. Possiamo dunque dire che i Sabei sono anche filosofi, vicini alla tradizione neoplatonica con cui condividono importanti elementi dottrinali: unità e trascendenza di Dio e Sua conoscenza per viam negationis; gli astri sono mediatori tra il Creatore e il creato (per i Sabei la divinità suprema di pluralizza in figure epifaniche, manifestazioni di natura spirituale che la rivelano e fungono da intermediari tra la Sua trascendenza e l’uomo: gli angeli dei pianeti); esistenza di esseri spirituali che abitano i pianeti; simpatia tra le diverse parti dell’universo (principio che sta a fondamento della magia astrale); eternità del mondo; dottrina della metempisicosi e delle ricompense e castighi delle anime dopo la morte.

L’Ermetismo. Il califfo abbaside al-Ma’mun (IX secolo) obbligò le popolazioni stanziate sul territorio di dominazione islamica a scegliere un profeta e un Libro rivelato cui ispirarsi, in modo da professare una dottrina religiosa e sfuggire all’accusa di ateismo. Fu così che i Sabei di Harran si dichiararono seguaci di Hermes (il profeta Idris menzionato nel Corano) e dei suoi testi. Secondo la tradizione riportata da Abi Usaibi‘a, Dio avrebbe rivelato ad Hermes trenta pagine, ed è possibile che i Sabei fossero a conoscenza di opere ermetiche. Inoltre, vi sono testimonianze di una loro dedizione ad altri personaggi ermetici: Asclepio, Agathodaimon e Seth che essi identificano. Infine, vi sono testimonianze di un loro abituale pellegrinaggio alle piramidi d’Egitto, ove erano le tombe di Hermes e Agathodaimon. Storicamente, Harran è stato il principale centro di diffusione della tradizione ermetica e, viceversa, la tradizione ermetica il principale canale di diffusione delle notizie sugli harraniani nella tradizione islamica e latina.

Bibliografia

D. Chwolsohn, Die Ssabier und der Ssabismus, St. Petersburg 1856.
T. Fahd, Sabi’a, in Encyclopédie de l’Islam. Nouvelle édition, VIII, Leiden-New York-Paris 1995, pp. 694-698.
T. M. Green, The City of the Moon God. Religious Traditions of Harran, Leiden-New York-Koln 1992.
J. Hjarpe, Analyse critique des traditions arabes sur les Sabéens Harraniens (Diss.), Uppsala Universitet 1972.
M. Meyerhof, La fin de l’École d’Alexandrie d’après quelques auteurs arabes, in “Archeion”, 15 (1933), pp. 1-15.
M. Tardieu, Sabiens coraniques et Sabiens de Harran, “Journal Asiatique”, 274 (1986), pp. 1-44.
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MessaggioInviato: 05 Mar 2012 07:54:55    Oggetto:  
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Pletone e l’Islam…

«Nel mio saggio ho ipotizzato che l’ebreo Elisha fosse in realtà un sufi, un Ishrâqî, essendosi il deposito platonico dopo il decreto di chiusura dell’imperatore Giustiniano nel 529 d.C. della Scuola di Atene, fondata da Platone nel 387 a. C., trasferitosi e conservatosi in Siria e in Persia e quindi ben presto nel mondo arabo. Mi era noto, come Henry Corbin ripetutamente indica, che almeno tre secoli prima che Gemisto effettuasse la congiunzione di Zoroastro e Platone, un rinnovamento simile stato tentato in Iran dal sufi Sohrawardî e dai “teosofi della luce”— gli Ishrâqîyûn appunto—cioè i “Platonici di Persia”—che cercarono di rinnovare la visione de “l’antica comunità della verità”—gli antichi fedeli d’amore, l’oriente delle luci—all’interno del contesto shiita dell’Islam del dodicesimo secolo. Dopo aver scritto il mio primo saggio, proseguendo negli studi su Pletone ho rinvenuto con sorpresa che Corbin, senza dubbio il maggior studioso di filosofia islamica, già confermava questa ipotesi scrivendo: “Possiamo anche chiederci se il maestro di Pletone, il misterioso ebreo, Elisseo che gli insegnò il nome di Zoroastro e passava come un discepolo di Averroè non fosse forse un Ishrâqî errante che aveva deviato in Anatolia..”».

Moreno Neri «Il sogno di Gemisto Pletone»
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MessaggioInviato: 06 Mar 2012 14:15:54    Oggetto:  
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E' un'ottima direzione quella che stai dando ai tuoi studi sul Neoplatonismo. I Sabei di Harran e il legame col mondo dell'esoterismo islamico sono aspetti ancora poco noti. Del Ponte scrisse qualcosa in merito su La Cittadella: Sacra itinera Platonis. I “sacri percorsi” degli ultimi Scolarchi e la funzione del sito di Harrân, in LC N° 26 (aprile-giugno 2007 ) "Speciale: La nostra Ellade".
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