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Amedeo R. Armentano, Arturo Reghini e la Schola Italica
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MessaggioInviato: 02 Mar 2012 15:23:09    Oggetto:  Amedeo R. Armentano, Arturo Reghini e la Schola Italica
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"La Scuola Italica non ebbe miti; il suo simbolismo fu il più puro ed astratto possibile, il simbolismo numerico. In essa poche cerimonie, nonostante l'origine italica di questa parola; una dura palestra spirituale, un misticismo sensista, integrale, empirico e trascendente, una visione metafisica eppure sociale; e la serenità luminosa del puro cielo calabrese" (A. Reghini, Del Simbolismo e della Filologia in rapporto alla sapienza metafisica)

La pitagorica Schola Italica fiorita nei primi del Novecento rappresenta, ai miei occhi, una delle più significative realtà iniziatiche dei secoli a noi più prossimi. Mi permetto, di conseguenza, di aprire uno spazio di discussione dedicato alle figure e all'operato di Amedeo Rocco Armentano (Scalea, 6 febbraio 1886 – San Paolo del Brasile, 14 settembre 1966) e Arturo Reghini (Firenze, 12 novembre 1878 - Budrio, 1 luglio 1946), con cenni relativi agli altri membri noti della Schola. Segnalerò articoli, saggi, opere di e su tali figure, fotografie e via dicendo, invitando voi tutti a rendere operante questa discussione mediante il dialogo fecondo, socratico, seminatore di idee.

Inizio col segnalare un articolo di taglio bio-bibliografico su Arturo Reghini:

Arturo Reghini e la sua opera dedicata alla matematica pitagorica
(Un'introduzione di Alfonso del Guercio, preceduta da una nota biobibliografica di Stefano Loretoni):
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Qui di seguito una biografia di massima ricavabile da Wikipedia:
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Dis Manibus N.H. Arcturi Reghini.


Ultima modifica di VKK il 02 Mar 2012 19:02:46, modificato 2 volte in totale
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MessaggioInviato: 02 Mar 2012 15:23:09    Oggetto: Adv





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MessaggioInviato: 02 Mar 2012 15:26:15    Oggetto:  
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Il risorgimento dello spirito

di Alfonso Piscitelli

Vita, passioni, delusioni di Arturo Reghini, pitagorico del Novecento


Arturo Reghini sublimò il patriottismo risorgimentale in qualcosa di religioso. E prese tanto sul serio la profezia mazziniana sulla "Terza Roma" da farla coincidere - nella sua visione - con la prima ed autentica Roma: quella dei Cesari e di Virgilio, di Numa Pompilio e dei re auguri. A ben vedere, il massone e matematico toscano portava alle estreme conseguenze idee ed intonazioni d'animo che erano nell'aria.

Non furono in pochi, all'indomani del venti settembre, a vedere nella liberazione di Roma il punto di partenza per una Renovatio spirituale. Carducci esaltò le virtù latine contrapponendole - nel famigerato e in fondo innocuo "Inno a Satana" - ai languidi turbamenti dell'anima cristiana. Pascoli rievocò nelle poesie Virgilio e nei saggi critici il Dante esoterico. La fantasia di D'Annunzio (sempre turgida) giunse a immaginare un accoppiamento eugenetico che avrebbe dovuto generare, come novello Puer, il Re di Roma!

Reghini coronò di idee esoteriche queste aspirazioni. E mescolò nei suoi scritti un ruspante anticlericalismo ottocentesco con la più matura esigenza di formulare in modo chiaro - e geometrico - una prospettiva spirituale che fosse autonoma rispetto al religione nuova.

Delle battaglie e delle delusioni di Reghini, delle acquisizioni culturali e delle disfatte che incontrò sul suo cammino trae oggi un bilancio il professor Natale di Luca, che alterna la docenza di medicina legale alla Sapienza di Roma agli studi storico-esoterici in collaborazione con la casa editrice Atanor.

La biografia su Arturo Reghini. Intellettuale neo-pitagorico tra massoneria e fascismo, uscita nel novembre scorso proprio per i tipi di Atanor, si segnala per la grande serenità di giudizio (non sempre facile di fronte a un personaggio che suscita simpatie o antipatie "a pelle"), ed anche per il profondo rispetto umano, che Reghini indubbiamente merita. Quel rispetto che gli è stato tributato recentemente dal cristiano-antroposofo Alvi sulle colonne del Corriere della sera, qualche anno fa da Elemire Zolla in Uscite dal mondo. E in fondo dallo stesso Julius Evola che nel Cammino del Cinabro volle lasciare un ricordo "pacificato" del suo antico amico-nemico. Arturo Reghini morì il primo luglio del `46, povero. Ma non "povero di spirito". Ciò nonostante, la lunga frequentazione delle geometrie di Pitagora dovette conferirgli una certa beatitudine nel guardare l'ultimo Sole di un pomeriggio d'estate. Il destino gli evitò con la morte di assistere a una nuova fase "guelfa" della storia patria. Reghini se ne volò via insieme ai fasci, ai labari, alle aquile di un'altra Italia - quella immersa nel sogno "romano" -, che, pur inabissandosi, sempre come un fiume carsico riemerge.


Linea, 14 gennaio 2004
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MessaggioInviato: 02 Mar 2012 15:29:53    Oggetto:  
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Atti del Convegno

ARTURO REGHINI

L'Umanitaria, Milano 8 Maggio 2004


Sommario

- Introduzione
di Piero Vitellaro Zuccarello

- Arturo Reghini, il suo ambiente, le sue suggestioni. un tentativo di biografia spirituale
di Vinicio Serino

- Arturo Reghini e la politica
di Giorgio Galli

- Arturo Reghini e l'esoterismo
di Natale Mario De Luca

- Arturo Reghini "matematico"
di Francesco Cittadino

- Problema
di F.C.


qui per scaricare (documento in formato PDF):
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MessaggioInviato: 02 Mar 2012 15:36:33    Oggetto:  
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1960 _ Firenze. Racconto minore su Arturo Reghini

di Lidia Reghini di Pontremoli


Arturo Reghini nella mia famiglia era chiamato “lo zio Arturo”. Fratello del mio nonno paterno non è mai stato per me un parente lontano: tra noi corre del sangue fresco. Non siamo così distanti nel tempo.
Sono cresciuta tra le sue cose: dai tre ai sei anni ho vissuto in quell’attico fiorentino a Lungarno Acciaioli dove gli oggetti quotidiani erano ancora carichi di una memoria fisica, che ricordo ancora incisa in quelle instabili architetture, buio carcere Mamertino sudato nell’odore del legno, una scala malferma con dei cascami di corda che portava verso l’enorme terrazzo assolato che apriva su Ponte S.Trinita, o quella poltrona lunga, dove un tempo si sdraiava Arturo, di damasco rosa consunto, inesorabilmente macchiata dall’urina di quei trentadue gatti che scorrazzavano liberi per casa. Conservava ai miei occhi una sua sontuosa regalità: trono dismesso dalla Storia, non riusciva trattenere il suo essere sinuosa e sensuale, blasfema forma ellittica, nello spazio si imponeva come astrazione neometafisica comunque un po’ bislacca. Almeno io la vedevo così.

Il cestino di vimini scendeva e tornava su carico di roba da mangiare. O quella scala in bilico che dai piani bassi portava fin su, sulla terrazza, dove sdraiati al sole, socchiudevano gli occhi i gatti di zio Ugo, fratello di Arturo.

Uomo sicuramente sicuro, quell’Ugo che da buon borghese aveva impalmato la signorina Maria, compiacente bracciante del limitrofo bordello fiorentino.

Ricordo ancora che, con infame sterco borghese, mia madre l’ha sempre tenuta a distanza, come fosse un corpo estraneo al rispettabile onore della famiglia Reghini. Poveretta mia madre, pensava di rendersi immune da quel vortice sociale che già da fine del secolo avanzava rivendicando il privilegio di future scalate, una tempesta che l’avrebbe inesorabilmente travolta, visto che – per giusta vendetta della Storia - nel giro di pochi lustri, l’antico blasone Reghini si sarebbe imbastardito al contatto con una plebe che socialmente premeva: sono così entrati nella nostra famiglia, ballerini di tango, benzinai, faccendieri, coatti di diverso tipo che avanzavano come un’ onda anomala dalle borgate romane…

Comunque, quella di Firenze era la casa di Ugo, uno dei tre fratelli Reghini, zii di mio padre. Forse per un oscuro gioco della natura o molto probabilmente per un sangue non troppo “rinnovato”, dei tre fratelli Reghini – Arturo, il più grande, Ugo e Gino – soltanto quest’ultimo fu dal buon Dio reso fertile, tant’è che nacque mio padre Francesco Giuseppe Ottorino Maria, più comodamente detto Franco.

A sette anni scrivevo con la vecchia Olivetti di Arturo e quando mi divertivo a scompaginare con le dita quel sottile nastro di inchiostro per metà rosso e metà nero mio padre, nel tentativo di mettermi paura, mi diceva che lo zio Arturo sarebbe venuto quella stessa notte a tirarmi i piedi.

E poi ancora Arturo, con il suo dono dell’ubiquità. Sicuramente non mentiva il fratello di mio padre – generale, uomo d’arme notoriamente tutto d’un pezzo – quando mi raccontava di un suo ricordo, quando da bambino vide Arturo contemporaneamente sia nel giardino di casa che nello studio. E chiedendo, come ogni bambino, il perchè ad Arturo questi gli rispose che queste cose ancora non poteva capirle, ma che un giorno le avrebbe comprese.

Nel corso della mia vita sono più di una volta sono incappata in fatti, letture, frequentazioni che non hanno fatto altro che confermare la tenuta logica e veritiera di quel che almeno apparentemente poteva sembrare l’allucinazione un po’ tronfia di un’intima esegesi familiare fatalmente affidata all’inattendibilità di un racconto orale.

Per caso (o forse no?, dal momento che mi stavo occupando di un artista fiorentino inizi secolo, tale Armando Spadini, intimo della famiglia, legato da una comunione di amorosi sensi ad un’ ennesima Maria Reghini, sorella di Arturo), studiando gli anni del ‘Leonardo’, rivista d’idee, seconda edizione a Palazzo Davanzati, indagando sui frequentatori del ritrovo fiorentino delle Giubbe Rosse (frequentato da Arturo “appassionato giocatore di scacchi sui tavolini delle Giubbe Rosse”) ho ritrovato nel “Diario” di Giovanni Papini il riferimento a quell’Arturo Reghini, “il più grande mago che Firenze abbia mai conosciuto” e le testimonianze di chi, come l’Hermet (1941), lo frequentò a Firenze attorno al 1903, nella Biblioteca Teosofica che ricorda “la presenza di un giovane matematico, mistico e mago. Era Arturo Reghini” .

Poi i racconti della mia nonna paterna, cognata di Arturo, che così a lungo l’aveva frequentato soprattutto nel periodo fiorentino. E mi parlava, mi parlava di Arturo come di un essere quasi alieno, costretto a farsi abiti e scarpe su misura per via di quella sua spropositata altezza che sfiorava i due metri; Arturo che doveva chinarsi per varcare porte e soglie.

Mia nonna parlava di un Arturo totalmente glabro, ma forse era solo un po’ biondiccio, slavato, come tutti i veri Reghini (“Il candido gigante (…) sopravanzava di molto in statura ogni altro, con la sua breve testa dalla fronte ben costruita sotto una cedua capigliatura bionda (…), bianche erano le sue guance, ancor assai dopo l’adolescenza non conoscevano rasoio”, A.Hermet, cit.), grande matematico, solitario, profeta poliglotta, vicino negli ultimi anni ad una signorina inglese, forse qualche adepta della Golden Dawn in Toscana.

Mi parlava dell’eremo di Arturo, eremita segregato dal regime a Budrio, o del giorno della sua morte quando appoggiò la mano su un tavolino, vicino al letto e del segno dell’impronta lasciata come fuoco su legno combusto. Descrizione similare a quella fatta dal Parise che così bene l’aveva conosciuto: “il segno era apparso. Arturo Reghini si volse al Sole declinante per l’ultimo saluto, per l’ultimo rito; poi si appoggiò con la destra al vicino scaffale, piegò la gigantesca statura verso la Grande Madre, eretto il busto; e fu libero”.

Allora non capivo, o non sapevo apprezzare quell’esegesi di mia nonna quando mi ripeteva che tra tutti i Reghini solo io avevo preso l’intelligenza di Arturo. Sicuramente esagerava per troppo amore. Forse solo adesso posso misurare il giusto peso di quelle parole, anche se mi schermisco, anche se mi urtano complimenti di qualsiasi genere.

Mi ricordo di un sogno fatto da mio padre un paio di giorni prima di morire quando piangendo mi confessò di aver paura. Entrambi ce l’eravamo già detto con gli occhi. Piangeva nel parlarmi di quel sogno in cui c’erano i Reghini defunti al gran completo: Arturo, in prima fila, poi mia nonna, mio nonno, lo chiamavano ad unirsi a loro. Tempo due giorni guardò la mia vita dall’alto.

E dopo la sua morte, della famiglia che un tempo m’ ero illusa d’avere, non rimase nulla, forse solo astio, personaggi equivoci destinati sicuramente ad un’imminente morte (dello spirito).

Di quell’antica famiglia fiorentina, sfregiata e vilipesa da un repentino raptus cannibale mi è rimasto un libro che ho rapito alle casse, ai vecchi archivi destinati al robivecchi. L’ho rubato con la gioia e l’eccitazione del soppiatto, comunque certa dell’approvazione da parte di quei Reghini non erano più tra noi.

D’altra parte chi si sarebbe ricordato di quel vecchio libro?, chi avrebbe saputo dargli il giusto valore?. L’avrebbero sicuramente venduto, come hanno fatto per tutto il resto.

Soltanto mio padre sapeva e riconosceva l’importanza di quel libro “Il Crepuscolo dei Filosofi” regalato dal suo autore Giovanni Papini all’amico Arturo al suo ingresso nella Loggia fiorentina Lucifero (1907).

Mi piace pensare che provenga da quello “scaffaletto di libri”, ricordato dal Parise, collocato negli anni ’20 nel suo rifugio, “una modesta stanza” a Roma. Nel frontespizio una dedica ad inchiostro, scolorito dal tempo:“Al nuovo fratello Arturo Reghini il suo GPapini”.

E da queste pagine ingiallite io inizierò a ricostruire.

Alla faccia di chi mi vuol male. Amen.


Tratto da
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MessaggioInviato: 02 Mar 2012 15:39:33    Oggetto:  
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«...la sapienza metafisica è patrimonio di tutti coloro che in ogni luogo e tempo se la immedesimano. Pure, come vi sono sopra la terra regioni più fredde e più calde, più fertili e più aride, così vi sono regioni dove la pianta iniziato cresce meglio che altrove. Il linguaggio e la razza non sono le cause di questa superiorità metafisica, essa appare connaturata al luogo, al suolo, all’aria stessa. Roma, Roma caput mundi, la città eterna, si manifesta storicamente come una di queste regioni magnetiche della terra» (A. Reghini)
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MessaggioInviato: 02 Mar 2012 15:43:24    Oggetto:  Giulio Parise, "Arturo Reghini" - RIV. di STUDI IN
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Qui di seguito la biografia-cardine (la prima anche in ordine cronologico) di Arturo Reghini, stesa dal suo discepolo Giulio Parise e pubblicata in RIVISTA di STUDI INIZIATICI - Gennaio/Luglio 1947.

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MessaggioInviato: 02 Mar 2012 15:48:06    Oggetto:  
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La tomba del Maestro a Budrio (BO).

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La tomba come si presenta oggigiorno.

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MessaggioInviato: 02 Mar 2012 15:55:22    Oggetto:  
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Uno scritto essenziale di Arturo Reghini (con lo pseudonimo <<Pietro Negri>>) in materia di 'cose romane': Sulla Tradizione Occidentale, originariamente pubblicato in UR, 1928, oggi in Introduzione alla Magia quale Scienza dell'Io (a cura del Gruppo di UR), Vol. II, pp. 55-88. Segnalo anche Il Fascio Littorio, originariamente apparso su Docens, n. 10-11, 1934.
Entrambi i saggi sono reperibili nella sezione Downloads di questo forum (versione digitalizzata da La Melagrana, collegamento originario:
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), insieme ad altri scritti dell'Autore.
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MessaggioInviato: 02 Mar 2012 16:28:33    Oggetto:  
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Arturo Reghini, Ex Imo, in Ignis, I, agosto-settembre 1925, nn. 8-9

Uno degli articoli più importanti del Fiorentino, attinente ad una esperienza di quella mors iniziatica su cui lungamente si sofferma nell'opera-cardine Le parole sacre e di passo dei primi tre gradi ed il massimo mistero massonico. Studio critico ed iniziatico (Atanòr, 1922) e circa la quale Plutarco, citato da Stobeo, ebbe a dire: «L'anima al momento della morte prova la stessa impressione (πάσχει πάθος) di quelli che sono iniziati ai grandi misteri (ο τελετας μεγάλαις κατοργιαζόμενοι). La parola e la cosa si rassomigliano; si dice τελευτν e τελεσθαι. Sono dapprima delle corse a caso, dei giri penosi, un camminar inquietante e senza fine attraverso le tenebre. Poi prima della fine (προ του τέλους - fine, morte, iniziazione) il terrore è al colmo, brividi, fremiti, sudore freddo, spavento. Ma poi una luce maravigliosa si offre agli sguardi, si passa in luoghi puri ed in prati dove le voci e le danze risuonano, delle parole sacre e delle sante apparizioni inspirano un rispetto religioso. Allora l'uomo, da quel momento perfetto (παν-τελης - tutto compiuto) ed iniziato (μεμυημένος), divenuto libero (έλευθερος) e passeggiando senza legami, celebra i misteri con una corona sulla testa, vive cogli uomini puri e santi; egli vede sulla terra la folla di quelli che non sono iniziati e purificati schiacciarsi e pigiarsi nel fango e nelle tenebre; e per paura della morte, attardarsi nei mali, non volendo prestar fede alla felicità di laggiù» (Stob. Florileg. T IV).


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